Innovation Manager, cioè “Gestore dell’Innovazione”.
E dove non c’è innovazione da gestire ma da “creare”?
Innovation Manager targato Mise è un consulente rispondente a determinati requisiti in cui conoscenze e competenze tecnologiche sono protagoniste indiscusse del profilo di ruolo ma che, considerate in maniera isolata, difficile possano cambiare la sorte di un’impresa. Occorre rivalutare le relazioni, individuare non solo professionisti ma persone con soft skill adeguate ad un approccio trasversale, emotivo e più caldo dei freddi tecnicismi, soprattutto in contesti in cui la creazione di fiducia necessaria all’investimento è alimentata da rapporti informali.
Una nuova figura manageriale pullula da anni in contesti di avviamento all’Industria 4.0 e di necessità di trasformazione digitale. Figura figlia o sostitutrice di altre a cui evidentemente occorreva un re-naming, come “Transition Manager”, “Temporary Digital Manager” o “Digital Trasformation Manager”, che il MISE ha consacrato in via definitiva come “Innovation Manager” e reso fortemente popolare grazie al Voucher di agevolazione finanziaria dedicato agli imprenditori per “innovare” la propria azienda.
Uno specialista lanciato dal Mise nel 2019 che ne ha “sancito” ufficialmente la genesi riservandogli un apposito albo e decretandone i requisiti e le skills, molto tecno-oriented. L’obiettivo finale: incentivare economicamente le mPMI con un voucher per gli investimenti innovativi, inclusa l’assegnazione di un professionista dell’innovazione certificato, e quindi iscritto all’albo dedicato, deputato ad accompagnare l’impresa lungo un processo di innovazione e di trasformazione tecnologica. Ovviamente fino a sostegno economico terminato.
La beffa di tutto questo sistema è forse da ravvedere già nel termine con cui è stato deciso di chiamare questo professionista: Innovation Manager, letteralmente “generatore di innovazione”, non “creatore”. Stando al bando Mise per l’accaparramento del famoso voucher, i beneficiari sono stati considerati indifferentemente tra aziende con basi adeguate per affrontare e/o gestire l’introduzione di tecnologie “abilitanti”, e aziende con forti gap a livello di informatizzazione e digitalizzazione, quelle restie, sfiduciate dal sistema, al di fuori da ecosistemi economici e, spesso, anche informativi e di conoscenza. Paradossalmente il gruppo di imprese più folto numericamente e più bisognoso di un intervento e di persone giuste per attuare il cambiamento (stando ai dati sul livello di innovazione delle PMI italiane): imprenditori a cui non serve il famoso silver bullet italiano, non occorrono interventi isolati, non esiste e-commerce o finanziamento che tenga se non inserito efficacemente nella complessità e multipotenzialità in cui viviamo, dove tutto avviene velocemente e ogni giorno il mercato si sveglia in maniera diversa. Un mondo dove i nuovi percorsi che non siano “standard” e conosciuti risultano sempre più difficili da percorrere e in cui riconoscere ed analizzare il problema con consapevolezza diventa l’unica via d’accesso che può portare ad una soluzione.
Un varco difficile da schiudere se mancano cultura e “consapevolezza” aziendale che rendano visibile il fallimento o il superamento di metodologie radicate: per questo la necessità di figure professionali ad hoc, soggetti che non solo devono conoscere le potenzialità delle nuove tecnologie ma anche avere lo spirito di immergersi nell’azienda in tutto e per tutto, cogliendone a fondo minacce e opportunità, punti di forza e di debolezza, comprendendone gli insuccessi e orientare verso soluzioni adeguate e più aggiornate. Una varietà di soft e hard skill insieme, ma anche di esperienza sul campo, non indicate nella lunga lista MISE, un bullet point che sembra stilato da un replicante.
Per questo vorremmo sollevare una domanda: il vero problema per l’innovazione delle mPMI è da rintracciare nella loro (non) domanda, oppure nella mancanza di offerta adeguata? Perché, voucher Mise o non voucher, moltissimi imprenditori sono tuttora rimasti fuori da un discorso innovativo.
Già prima dell’intervento del MISE una gran mole di teorie e studi socio-economici avevano predetto gli accadimenti attuali e “invocato” la necessità di non guardare solamente alla tecnologia come soluzione vitale, ma di pensare alle “persone”, prepararle alla diffusione di conoscenze adeguate capaci di riunire due mondi agli antipodi, economici, culturali, tecnologici e sociali.
Il MISE, basando tutto su tecnologia, IoT, AI, robot, non ha forse saputo prendere i frutti più alti discussi e pubblicati da grandi studiosi (e rimbalzati da milioni di sostenitori) di un’innovazione (prima) culturale ed ha posto un focus molto “tecnologico” al tutto, basti guardare i criteri di ammissione al famoso albo.
Chi ha a che fare con le mPMI può capire bene che introdurre innovazione nelle aziende e, ancor di più, nelle micro e piccole, è un percorso molto complesso e difficile, spesso faticoso perché va a scontrarsi con un muro di reticenza, sfiducia, demotivazione, insomma una forte resistenza al cambiamento dovuta a innumerevoli fattori e dove termini come cloud, fog e quantum computing; tecnologie NPR o programmi di open innovation, non hanno assolutamente senso!
Sulla base di queste considerazioni, derivate da dati e analisi di ricerche esistenti, oltre che da più di 15 anni di esperienza pratica con le mPMI, abbiamo lanciato un progetto di R&S in partnership con Università di Verona, Gran Sasso Science Institute e Università di Bologna, con lo scopo di diffondere cultura innovativa che possa aiutare nelle difficoltà del fare impresa oggi, possa generare lavoro e diffondere un nuovo paradigma in cui non c’è digitalizzazione che tenga senza una vera e reale presa di coscienza: il primo passo per cercare una soluzione consiste nell’intercettare il vero problema, comprenderlo.
Lo abbiamo chiamato Consulente Paziente, dove la “Pazienza” è da rintracciare non solamente nell’attesa che richiede la partecipazione ad un progetto di ricerca e sviluppo che ha tempi di maturazione lunghi, ma anche e soprattutto nel saper aspettare la maturità dell’imprenditore a fare quel primo passo importante verso il cambiamento: dando valore innanzi tutto alla relazione e cercando di facilitarla matchando aspetti “umani” e tecnologia.
L’obiettivo? Supportare il popolo dei non considerati, i piccoli imprenditori che hanno bisogno di una nuova managerialità costruita ad hoc per loro che sappia parlare e interfacciarsi in maniera comprensibile per colmare l’enorme gap, prima con fiducia, relazione, consapevolezza, metodo…e poi con la tecnologia, strumenti e risorse.
Consulente Paziente incarna dunque questa visione, quella della creazione di una Community allargata di professionisti che, sposando questa filosofia, possano lavorare per rompere quei muri spazio-temporali del micro, piccolo e medio imprenditore rimasto al ‘900 che non sa a chi rivolgersi e come fare le cose.
Se ti ritrovi in questa visione e condividi le nostre stesse perplessità sulla profilazione del MISE, potrebbe interessarti sapere di più su Consulente Paziente e magari pensare di entrare a far parte della nostra Community.
Qui puoi approfondire il profilo del Consulente Paziente.
Sul sito potrai anche ricevere un e-book di integrazione del progetto in cui sono ben spiegati tutti i passaggi e gli obiettivi, nonché i vantaggi di entrare in squadra per creare la nuova consulenza che faccia da traghettatore al piccolo imprenditore verso la strada del cambiamento!
Se invece vuoi prima approfondire il discorso della “toppa” del Mise che sosteniamo, ti invitiamo a scaricare il documento di approfondimento “Innovation Manager: chi è, perché è nato, che fine ha fatto e cosa può fare adesso?”.
Essendo tu un Innovation Manager saremmo molto lieti di ricevere un tuo commento, col tuo pensiero su queste considerazioni, attraverso il form che trovi in fondo all’articolo.
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Una nuova figura manageriale pullula da anni in contesti di avviamento all’Industria 4.0 e di necessità di trasformazione digitale. Figura figlia o sostitutrice di altre a cui evidentemente occorreva un re-naming, come “Transition Manager”, “Temporary Digital Manager” o “Digital Trasformation Manager”, che il MISE ha consacrato in via definitiva come “Innovation Manager” e reso fortemente popolare grazie al Voucher di agevolazione finanziaria dedicato agli imprenditori per “innovare” la propria azienda.
Consulenza dalla tematica molto vasta inclusiva di espressioni generiche e, in primo piano, Ai, Robot, Cloud, Big Data e IoT, secondo i criteri del MISE…
Uno specialista lanciato dal Mise nel 2019 che ne ha “sancito” ufficialmente la genesi riservandogli un apposito albo e decretandone i requisiti e le skills, molto tecno-oriented. L’obiettivo finale: incentivare economicamente le mPMI con un voucher per gli investimenti innovativi, inclusa l’assegnazione di un professionista dell’innovazione certificato, e quindi iscritto all’albo dedicato, deputato ad accompagnare l’impresa lungo un processo di innovazione e di trasformazione tecnologica. Ovviamente fino a sostegno economico terminato.
Ma non si gestisce qualcosa che esiste già? Innovation Manager vs Innovation Creator!
La beffa di tutto questo sistema è forse da ravvedere già nel termine con cui è stato deciso di chiamare questo professionista: Innovation Manager, letteralmente “generatore di innovazione”, non “creatore”. Stando al bando Mise per l’accaparramento del famoso voucher, i beneficiari sono stati considerati indifferentemente tra aziende con basi adeguate per affrontare e/o gestire l’introduzione di tecnologie “abilitanti”, e aziende con forti gap a livello di informatizzazione e digitalizzazione, quelle restie, sfiduciate dal sistema, al di fuori da ecosistemi economici e, spesso, anche informativi e di conoscenza. Paradossalmente il gruppo di imprese più folto numericamente e più bisognoso di un intervento e di persone giuste per attuare il cambiamento (stando ai dati sul livello di innovazione delle PMI italiane): imprenditori a cui non serve il famoso silver bullet italiano, non occorrono interventi isolati, non esiste e-commerce o finanziamento che tenga se non inserito efficacemente nella complessità e multipotenzialità in cui viviamo, dove tutto avviene velocemente e ogni giorno il mercato si sveglia in maniera diversa. Un mondo dove i nuovi percorsi che non siano “standard” e conosciuti risultano sempre più difficili da percorrere e in cui riconoscere ed analizzare il problema con consapevolezza diventa l’unica via d’accesso che può portare ad una soluzione.
L’innovazione va costruita a piccoli step per poter stare al passo con un universo che ribolle di cambiamenti. Per questo necessita di una nuova consulenza!
Un varco difficile da schiudere se mancano cultura e “consapevolezza” aziendale che rendano visibile il fallimento o il superamento di metodologie radicate: per questo la necessità di figure professionali ad hoc, soggetti che non solo devono conoscere le potenzialità delle nuove tecnologie ma anche avere lo spirito di immergersi nell’azienda in tutto e per tutto, cogliendone a fondo minacce e opportunità, punti di forza e di debolezza, comprendendone gli insuccessi e orientare verso soluzioni adeguate e più aggiornate. Una varietà di soft e hard skill insieme, ma anche di esperienza sul campo, non indicate nella lunga lista MISE, un bullet point che sembra stilato da un replicante.
Per questo vorremmo sollevare una domanda: il vero problema per l’innovazione delle mPMI è da rintracciare nella loro (non) domanda, oppure nella mancanza di offerta adeguata? Perché, voucher Mise o non voucher, moltissimi imprenditori sono tuttora rimasti fuori da un discorso innovativo.
Il MISE ha sbagliato match con il mercato?
Già prima dell’intervento del MISE una gran mole di teorie e studi socio-economici avevano predetto gli accadimenti attuali e “invocato” la necessità di non guardare solamente alla tecnologia come soluzione vitale, ma di pensare alle “persone”, prepararle alla diffusione di conoscenze adeguate capaci di riunire due mondi agli antipodi, economici, culturali, tecnologici e sociali.
Il MISE, basando tutto su tecnologia, IoT, AI, robot, non ha forse saputo prendere i frutti più alti discussi e pubblicati da grandi studiosi (e rimbalzati da milioni di sostenitori) di un’innovazione (prima) culturale ed ha posto un focus molto “tecnologico” al tutto, basti guardare i criteri di ammissione al famoso albo.
Chi ha a che fare con le mPMI può capire bene che introdurre innovazione nelle aziende e, ancor di più, nelle micro e piccole, è un percorso molto complesso e difficile, spesso faticoso perché va a scontrarsi con un muro di reticenza, sfiducia, demotivazione, insomma una forte resistenza al cambiamento dovuta a innumerevoli fattori e dove termini come cloud, fog e quantum computing; tecnologie NPR o programmi di open innovation, non hanno assolutamente senso!
Nuovo “inquadramento” dei manager dell’innovazione…
Sulla base di queste considerazioni, derivate da dati e analisi di ricerche esistenti, oltre che da più di 15 anni di esperienza pratica con le mPMI, abbiamo lanciato un progetto di R&S in partnership con Università di Verona, Gran Sasso Science Institute e Università di Bologna, con lo scopo di diffondere cultura innovativa che possa aiutare nelle difficoltà del fare impresa oggi, possa generare lavoro e diffondere un nuovo paradigma in cui non c’è digitalizzazione che tenga senza una vera e reale presa di coscienza: il primo passo per cercare una soluzione consiste nell’intercettare il vero problema, comprenderlo.
Lo abbiamo chiamato Consulente Paziente, dove la “Pazienza” è da rintracciare non solamente nell’attesa che richiede la partecipazione ad un progetto di ricerca e sviluppo che ha tempi di maturazione lunghi, ma anche e soprattutto nel saper aspettare la maturità dell’imprenditore a fare quel primo passo importante verso il cambiamento: dando valore innanzi tutto alla relazione e cercando di facilitarla matchando aspetti “umani” e tecnologia.
L’obiettivo? Supportare il popolo dei non considerati, i piccoli imprenditori che hanno bisogno di una nuova managerialità costruita ad hoc per loro che sappia parlare e interfacciarsi in maniera comprensibile per colmare l’enorme gap, prima con fiducia, relazione, consapevolezza, metodo…e poi con la tecnologia, strumenti e risorse.
Consulente Paziente incarna dunque questa visione, quella della creazione di una Community allargata di professionisti che, sposando questa filosofia, possano lavorare per rompere quei muri spazio-temporali del micro, piccolo e medio imprenditore rimasto al ‘900 che non sa a chi rivolgersi e come fare le cose.
Se ti ritrovi in questa visione e condividi le nostre stesse perplessità sulla profilazione del MISE, potrebbe interessarti sapere di più su Consulente Paziente e magari pensare di entrare a far parte della nostra Community.
Qui puoi approfondire il profilo del Consulente Paziente.
Sul sito potrai anche ricevere un e-book di integrazione del progetto in cui sono ben spiegati tutti i passaggi e gli obiettivi, nonché i vantaggi di entrare in squadra per creare la nuova consulenza che faccia da traghettatore al piccolo imprenditore verso la strada del cambiamento!
Se invece vuoi prima approfondire il discorso della “toppa” del Mise che sosteniamo, ti invitiamo a scaricare il documento di approfondimento “Innovation Manager: chi è, perché è nato, che fine ha fatto e cosa può fare adesso?”.
Essendo tu un Innovation Manager saremmo molto lieti di ricevere un tuo commento, col tuo pensiero su queste considerazioni, attraverso il form che trovi in fondo all’articolo.
Per le mPMI ci vogliono Innovation Manager Mise o più Consulenti Pazienti?
Vorrei conoscere la tua opinione
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